Photography

Indocina

Costanzo Cascavilla
«Per Nick Ut è una delle tante giornate di lavoro sul fronte di guerra. Inserisce un rullino nella macchina fotografica, fa scorrere l’ingranaggio e scatta il suo primo click a vuoto. Sulla Route 1 è stata segnalata la presenza dell’esercito nord vietnamita. Indossato il giubbotto antiproiettile, il casco rivestito in acciaio e imbracciato lo zaiono col kit di sopravvivenza Ut sale sulla jeep dell’agenzia di stampa AP. Durante il tragitto sulle strade devastate dalle bombe e costeggiate da risaie ormai abbandonate, sono poche le parole che scambia con l’autista vietnamita. In prossimità del villaggio Trang Bang, dove da tre giorni l’esercito nord vietnamita e quello sud vietnamita si fronteggiano, centinaia di rifugiati. Man mano che la jeep si avvicina alla zona di guerra i civili sono sempre di meno mentre sempre più numerosi sono i soldati.» «Poi improvvisamente la truppa si ferma, un soldato sta parlando alla ricetrasmittente: l’ordine che riceve è quello di allontanarsi dal villaggio. Ut ancora non sa del perchè di quell’imprevisto dietrofront, ma segue insieme con gli altri reporter i soldati. E’ circa mezzogiorno quando i giornalisti sono informati che è in arrivo il supporto aereo. Due aeroplani provenienti dalla base aerea di Bien Hoa bombarderanno il villaggio per stanare i vietcong che si nascondono a Trang Bang. Un tracciante di fumo giallo è stato acceso da un soldato per favorire l’aviazione nell’individuare l’obiettivo da colpire. Sono le 13 quando arrrivano gli aerei. I soldati e i reporter che si trovano sulla strada si alzano tutti in piedi dritti a guardare. Due Skyrider del 518° squadrone dell’aeronautica sudvietnamita bombardano il villaggio, prima con bombe esplosive, poi con bombe incendiarie al napalm. Click, click e ancora un altro click. Gli aerei in avvicinamento, le bombe che cadono, l’esplosione. Nick Ut è abbastanza soddisfatto dei suoi scatti. Ora un enorme polverone nero si alza dal Trang Bang, gli aerei si allontanano, non c’è più nulla da fotografare. Ut controlla quanti fotogrammi gli rimangono da scattare. Sono passati circa venti minuti dalla fine dei bombardamenti e dalla nube nera cominciano ad apparire, come fantasmi, sagome di persone in fuga che corrono verso la linea dei soldati e dei reporters. Ut non crede ai propi occhi, sono civili, abitanti del villaggio. Man mano che si avvicinano le sagome prendono forma. Nudi o seminudi perdono brandelli di pelle ad ogni passo. Ci sono adulti con neonati in braccio, bambini che corrono terrorizzati. Ma non c’è tempo da perdere, con mano tremante Ut accosta l’obiettivo all’occhio, click, click e ancora click. Nick Ut ancora non sa di avere appena scattato quella che diventerà la foto-simbolo dell’orrore della guerra in Vietnam (e di ogni guerra). Ora la sua attenzione è catturata da quella bimba che nuda e indifesa corre verso di lui. I soldati cercano di alleviarle il dolore versando acqua sulla pelle che si sta sciogliendo come plastica che brucia. E’ inutile, il fosforo bianco rende il napalm idrofobo, Kim lancia un ultimo grido di dolore e perde i sensi. Ut è abituato all’atrocità della guerra, anni spesi sul fronte gli hanno insegnato che le bombe non distruggono solamente  case, ponti e troppe vite, ma anche i sentimenti umani. Nick si avvicina alla bambina traballando sulle gambe che gli tremano come non gli era mai successo, solleva quel corpo esile devastato dalla chimica e lo porta sulla jeep. La corsa verso l’ospedale provinciale vietnamita sembra senza tempo. Nick rimane accanto alla bimba fino a quando non viene portata in sala operatoria dagli infermieri»        «Nick ancora non sa se la piccola Kim sopravviverà e certamente non avrebbe mai potuto immaginare che quella piccola, indifesa bambina, 28 anni dopo lo avrebbe pubblicamente ringraziato per avergli salvato la vita» (dal sito web www.terraincognitaweb.com)                     
Photography

Indocina

Costanzo Cascavilla
«Per Nick Ut è una delle tante giornate di lavoro sul fronte di guerra. Inserisce un rullino nella macchina fotografica, fa scorrere l’ingranaggio e scatta il suo primo click a vuoto. Sulla Route 1 è stata segnalata la presenza dell’esercito nord vietnamita. Indossato il giubbotto antiproiettile, il casco rivestito in acciaio e imbracciato lo zaiono col kit di sopravvivenza Ut sale sulla jeep dell’agenzia di stampa AP. Durante il tragitto sulle strade devastate dalle bombe e costeggiate da risaie ormai abbandonate, sono poche le parole che scambia con l’autista vietnamita. In prossimità del villaggio Trang Bang, dove da tre giorni l’esercito nord vietnamita e quello sud vietnamita si fronteggiano, centinaia di rifugiati. Man mano che la jeep si avvicina alla zona di guerra i civili sono sempre di meno mentre sempre più numerosi sono i soldati.» «Poi improvvisamente la truppa si ferma, un soldato sta parlando alla ricetrasmittente: l’ordine che riceve è quello di allontanarsi dal villaggio. Ut ancora non sa del perchè di quell’imprevisto dietrofront, ma segue insieme con gli altri reporter i soldati. E’ circa mezzogiorno quando i giornalisti sono informati che è in arrivo il supporto aereo. Due aeroplani provenienti dalla base aerea di Bien Hoa bombarderanno il villaggio per stanare i vietcong che si nascondono a Trang Bang. Un tracciante di fumo giallo è stato acceso da un soldato per favorire l’aviazione nell’individuare l’obiettivo da colpire. Sono le 13 quando arrrivano gli aerei. I soldati e i reporter che si trovano sulla strada si alzano tutti in piedi dritti a guardare. Due Skyrider del 518° squadrone dell’aeronautica sudvietnamita bombardano il villaggio, prima con bombe esplosive, poi con bombe incendiarie al napalm. Click, click e ancora un altro click. Gli aerei in avvicinamento, le bombe che cadono, l’esplosione. Nick Ut è abbastanza soddisfatto dei suoi scatti. Ora un enorme polverone nero si alza dal Trang Bang, gli aerei si allontanano, non c’è più nulla da fotografare. Ut controlla quanti fotogrammi gli rimangono da scattare. Sono passati circa venti minuti dalla fine dei bombardamenti e dalla nube nera cominciano ad apparire, come fantasmi, sagome di persone in fuga che corrono verso la linea dei soldati e dei reporters. Ut non crede ai propi occhi, sono civili, abitanti del villaggio. Man mano che si avvicinano le sagome prendono forma. Nudi o seminudi perdono brandelli di pelle ad ogni passo. Ci sono adulti con neonati in braccio, bambini che corrono terrorizzati. Ma non c’è tempo da perdere, con mano tremante Ut accosta l’obiettivo all’occhio, click, click e ancora click. Nick Ut ancora non sa di avere appena scattato quella che diventerà la foto- simbolo dell’orrore della guerra in Vietnam (e di ogni guerra). Ora la sua attenzione è catturata da quella bimba che nuda e indifesa corre verso di lui. I soldati cercano di alleviarle il dolore versando acqua sulla pelle che si sta sciogliendo come plastica che brucia. E’ inutile, il fosforo bianco rende il napalm idrofobo, Kim lancia un ultimo grido di dolore e perde i sensi. Ut è abituato all’atrocità della guerra, anni spesi sul fronte gli hanno insegnato che le bombe non distruggono solamente  case, ponti e troppe vite, ma anche i sentimenti umani. Nick si avvicina alla bambina traballando sulle gambe che gli tremano come non gli era mai successo, solleva quel corpo esile devastato dalla chimica e lo porta sulla jeep. La corsa verso l’ospedale provinciale vietnamita sembra senza tempo. Nick rimane accanto alla bimba fino a quando non viene portata in sala operatoria dagli infermieri»        «Nick ancora non sa se la piccola Kim sopravviverà e certamente non avrebbe mai potuto immaginare che quella piccola, indifesa bambina, 28 anni dopo lo avrebbe pubblicamente ringraziato per avergli salvato la vita» (dal sito web www.terraincognitaweb.com)