Photography

Monlam Tibet

Costanzo Cascavilla
«Il paesaggio è ‘lunare’, come quello mongolo. Grandi pianure desertiche, fra montagne brulle bruciate dal sole, interrotte di in tanto da brevi squarci di verde. Poi di nuovo deserto e così via. Poca la gente che si incontra lungo il tragitto, nessuna automobile, qualche camion, pochissime le case bianche, qualche volta a due piani, raccolte e circondate da un muro. Le facce e l’abbigliamento della gente ricordano gli Indios del Sudamerica. In alto, nel cielo azzurro, si vedono spesso volare le aquile.» «Molti girano per la strada con il rosario o il mulinello delle preghiere in mano, tutti indossano gli abiti tradizionali: lunghi fino alle caviglie le donne, che portano legato alla vita una specie di grembiulino di seta pesante a righe multicolori trasversali; una tunica fino a coprire i pantaloni o a palandrana fino ai piedi, gli uomini. Solo i bambini vestono prevalentemente alla cinese. Una moltitudine di bambini svegli, vivacissimi, con gli occhi neri e furbi, che seguono lo straneiro nelle sue peregrinazioni come tanti cagnolini e spesso gli porgono la mano, nera di terra e polvere, per accompagnarlo e si mettono in posa sfrontati davanti alla sua macchina fotografica facendosi largo, spingendo, urtando, in mezzo alla folla che lo segue e lo circonda non appena si arresta»
«L’odore dolciastro e nauseabondo, misto a quello dell’incenso, del burro rancido che brucia nei bracieri davanti alle statue delle divinità. L’ossessivo mormorio di una formula magica bisbigliata a fior di labbra da centinaia di persone: Om (salve!) mani (o gioiello) padme (nel fiore di loto) hum (salve!). La luce fioca dei bracieri e di poche lampadine che pendono direttamente dai fili elettrici. Di tanto in tanto, il rintocco di una campanella. Una lunga, ininterrotta, fila di pellegrini, sporchi, miseri, si snoda quasi schiacciata contro i muri della vasta sala quadrata del tempio. Le donne, infagottate negli abiti fino alle caviglie, gli uomini con le casacche che coprono i pantaloni infilati negli alti stivali di pelle o con le palandrane lunghe fino ai piedi. Entrano e escono curvi a uno a uno in fila indiana, attraverso le porte strette e basse, nelle cappelle che si aprono a intervalli nel muro. Una giovane donna ne esce con il viso rigato di lacrime» (da Vivere in Cina. Piero Ostellino)  «Le danze tibetane hanno una durata di tre giorni ed accolgono migliaia di pellegrini venuti da luoghi anche lontanissimi. Queste spettacolari e caleidoscopiche cerimonie con coloratissime maschere dall’aspetto prevalentemente terrificante, intendono propiziare, evocare e invitare le potenze sovrannaturali a manifestarsi in coloro che ne indossano il simbolo.» (da Il Buddhismo Tibetano. Roberto Pierpaoli)   
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Monlam Tibet

Costanzo Cascavilla
«Il paesaggio è ‘lunare’, come quello mongolo. Grandi pianure desertiche, fra montagne brulle bruciate dal sole, interrotte di in tanto da brevi squarci di verde. Poi di nuovo deserto e così via. Poca la gente che si incontra lungo il tragitto, nessuna automobile, qualche camion, pochissime le case bianche, qualche volta a due piani, raccolte e circondate da un muro. Le facce e l’abbigliamento della gente ricordano gli Indios del Sudamerica. In alto, nel cielo azzurro, si vedono spesso volare le aquile.» «Molti girano per la strada con il rosario o il mulinello delle preghiere in mano, tutti indossano gli abiti tradizionali: lunghi fino alle caviglie le donne, che portano legato alla vita una specie di grembiulino di seta pesante a righe multicolori trasversali; una tunica fino a coprire i pantaloni o a palandrana fino ai piedi, gli uomini. Solo i bambini vestono prevalentemente alla cinese. Una moltitudine di bambini svegli, vivacissimi, con gli occhi neri e furbi, che seguono lo straneiro nelle sue peregrinazioni come tanti cagnolini e spesso gli porgono la mano, nera di terra e polvere, per accompagnarlo e si mettono in posa sfrontati davanti alla sua macchina fotografica facendosi largo, spingendo, urtando, in mezzo alla folla che lo segue e lo circonda non appena si arresta»
«L’odore dolciastro e nauseabondo, misto a quello dell’incenso, del burro rancido che brucia nei bracieri davanti alle statue delle divinità. L’ossessivo mormorio di una formula magica bisbigliata a fior di labbra da centinaia di persone: Om (salve!) mani (o gioiello) padme (nel fiore di loto) hum (salve!). La luce fioca dei bracieri e di poche lampadine che pendono direttamente dai fili elettrici. Di tanto in tanto, il rintocco di una campanella. Una lunga, ininterrotta, fila di pellegrini, sporchi, miseri, si snoda quasi schiacciata contro i muri della vasta sala quadrata del tempio. Le donne, infagottate negli abiti fino alle caviglie, gli uomini con le casacche che coprono i pantaloni infilati negli alti stivali di pelle o con le palandrane lunghe fino ai piedi. Entrano e escono curvi a uno a uno in fila indiana, attraverso le porte strette e basse, nelle cappelle che si aprono a intervalli nel muro. Una giovane donna ne esce con il viso rigato di lacrime» (da Vivere in Cina. Piero Ostellino)  «Le danze tibetane hanno una durata di tre giorni ed accolgono migliaia di pellegrini venuti da luoghi anche lontanissimi. Queste spettacolari e caleidoscopiche cerimonie con coloratissime maschere dall’aspetto prevalentemente terrificante, intendono propiziare, evocare e invitare le potenze sovrannaturali a manifestarsi in coloro che ne indossano il simbolo.» (da Il Buddhismo Tibetano. Roberto Pierpaoli)   
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Monlam Tibet

Costanzo Cascavilla
«Il paesaggio è ‘lunare’, come quello mongolo. Grandi pianure desertiche, fra montagne brulle bruciate dal sole, interrotte di in tanto da brevi squarci di verde. Poi di nuovo deserto e così via. Poca la gente che si incontra lungo il tragitto, nessuna automobile, qualche camion, pochissime le case bianche, qualche volta a due piani, raccolte e circondate da un muro. Le facce e l’abbigliamento della gente ricordano gli Indios del Sudamerica. In alto, nel cielo azzurro, si vedono spesso volare le aquile.» «Molti girano per la strada con il rosario o il mulinello delle preghiere in mano, tutti indossano gli abiti tradizionali: lunghi fino alle caviglie le donne, che portano legato alla vita una specie di grembiulino di seta pesante a righe multicolori trasversali; una tunica fino a coprire i pantaloni o a palandrana fino ai piedi, gli uomini. Solo i bambini vestono prevalentemente alla cinese. Una moltitudine di bambini svegli, vivacissimi, con gli occhi neri e furbi, che seguono lo straneiro nelle sue peregrinazioni come tanti cagnolini e spesso gli porgono la mano, nera di terra e polvere, per accompagnarlo e si mettono in posa sfrontati davanti alla sua macchina fotografica facendosi largo, spingendo, urtando, in mezzo alla folla che lo segue e lo circonda non appena si arresta»
«L’odore dolciastro e nauseabondo, misto a quello dell’incenso, del burro rancido che brucia nei bracieri davanti alle statue delle divinità. L’ossessivo mormorio di una formula magica bisbigliata a fior di labbra da centinaia di persone: Om  (salve!) mani (o gioiello) padme (nel fiore di loto) hum (salve!). La luce fioca dei bracieri e di poche lampadine che pendono direttamente dai fili elettrici. Di tanto in tanto, il rintocco di una campanella. Una lunga, ininterrotta, fila di pellegrini, sporchi, miseri, si snoda quasi schiacciata contro i muri della vasta sala quadrata del tempio. Le donne, infagottate negli abiti fino alle caviglie, gli uomini con le casacche che coprono i pantaloni infilati negli alti stivali di pelle o con le palandrane lunghe fino ai piedi. Entrano e escono curvi a uno a uno in fila indiana, attraverso le porte strette e basse, nelle cappelle che si aprono a intervalli nel muro. Una giovane donna ne esce con il viso rigato di lacrime» (da Vivere in Cina. Piero Ostellino)  «Le danze tibetane hanno una durata di tre giorni ed accolgono migliaia di pellegrini venuti da luoghi anche lontanissimi. Queste spettacolari e caleidoscopiche cerimonie con coloratissime maschere dall’aspetto prevalentemente terrificante, intendono propiziare, evocare e invitare le potenze sovrannaturali a manifestarsi in coloro che ne indossano il simbolo.» (da Il Buddhismo Tibetano. Roberto Pierpaoli)